DAL
TESTAMENTO DI SHERLOCK HOLMES
…………….Nel
settembre del 1888 mi fu richiesto in forma ufficiosa dall' ispettore
Lestrade di Scotland Yard di occuparmi di una serie di atroci delitti
dei quali si era attribuito la paternità un sedicente Jack
lo Squartatore. Chiesi ed ottenni di esaminare il cadavere dell’ultima
vittima, una prostituta di 46 anni, rinvenuta al numero 9 di Hanbury
Street con l'addome sventrato e la testa quasi staccata dal collo.
Dal modo con il quale erano stati inferti i tagli mi fu immediatamente
chiaro che l' omicida doveva essere in possesso di precise nozioni
di anatomia, supposizione che fu confermata dal delitto successivo
(9 novembre), in cui lo Squartatore aveva estratto alla vittima, con
chirurgica abilita', il cuore, l'intestino ed i reni.
Fu per me fondamentale, per giungere ad una rapida soluzione del caso,
uno scambio di vedute che ebbi con il mio amico Watson la sera stessa,
nel nostro appartamento di Baker Street. Al termine del colloquio
fui in grado di rivelargli l' identita' dello Squartatore ed egli,
dopo un istante di perplessita', convenne che avevo visto giusto.
Poi, con un tono che dissimulava a stento il suo profondo turbamento,
mi domando' :" Ed ora, Holmes,che cosa dobbiamo fare?".
"Mio caro Watson - risposi - come posso ergermi a giudice di
un uomo nel quale ho riposto da tempo la mia fiducia? Gli lascero'
una via di salvezza purche' di simili atrocita' non si senta piu'
parlare."
La settimana successiva accaddero vari avvenimenti: il Duca di Clarence,
erede al trono, rinuncio' al diritto di progenitura, Sir William Gull,
medico di corte, si dimise dal suo incarico e l'ispettore Lestrade
spari' in circostanze misteriose. I delitti dello Squartatore cessarono
e il caso fini' negli archivi di Scotland Yard, accanto a tanti altri
insoluti.
Per quanto mi riguarda, non ho mai rivelato a nessuno il nome di quell’efferato
criminale ed ho portato con me fino ad oggi il peso di quest'unica
deroga ad una vita dedicata al trionfo della giustizia. Solo ora che
la mia esistenza giunge al tramonto e che l'autore di quei terribili
delitti mi ha preceduto nella tomba (dopo aver condotto peraltro una
vita assolutamente irreprensibile) mi sento di affidare a questo testamento
un' unica, angosciante, terribile domanda.
Come avrei potuto destinare alle mani del boia l'unica persona che
per lunghi anni mi fu accanto nella mia solitaria e spesso infelice
esistenza, il mio carissimo amico dottor Watson?
DEIANIRA
Edipo,
divenuto re dopo aver sposato la madre Giocasta, ne ebbe tre figlie.
Sull'ultima di esse, Deianira, Zeus volle imprimere il marchio dell'
orrendo peccato dei genitori e la bambina nacque focomelica. Ma, in
un eccesso di divina perfidia, il padre degli dei le dono' splendidi
occhi color del mare e labbra accese come fuoco perche' fosse piu' bella
di Afrodite. Segregata nelle piu' riposte stanze della reggia ella un
giorno si scopri' donna, splendente di bellezza ma umiliata da quei
poveri moncherini al posto delle braccia. Lagades, scultore di corte,
la intravide una notte mentre usciva dal gineceo, avvolta in un bianco
peplo e se ne innamoro' all' istante. Gli fu detto che era la figlia
del re ed egli con un atto di folle audacia chiese al suo signore di
concedergliela in sposa. Edipo a quella richiesta lo fisso' lungamente
e alla fine scoppio' in una terribile risata:" Ma certo, purche'
la porti lontano di qui". Il giorno dopo i due giovani partirono
per Milo, l'isola in cui Lagades era nato. Egli guardava estasiato la
sua meravigliosa sposa che, stringendosi in un ampio mantello, osservava
il mare con lo sguardo perso fra le onde. Gli avvenimenti del giorno
precedente gli tornavano vorticosamente alla memoria: la cerimonia officiata
dal re stesso, l'abbraccio della vecchia Giocasta, i ricchi doni, gli
schiavi. La fanciulla aveva vissuto tutto con totale indifferenza e
lo scultore si era chiesto se gli dei, per ripagarsi del dono di tanta
bellezza, non le avessero tolto la ragione. Come se avesse letto nei
suoi pensieri Deianira improvvisamente parlo': " Pazzo,io gia'
ti amo,ma tu fra breve fuggirai inorridito da me." La frase, soprattutto
per il tono di immenso dolore con cui era stata pronunciata, scolvolse
Lagades che si getto' ai piedi della moglie per giurare su Zeus che
solo la morte l'avrebbe separato da lei. La piccola casa dello scultore,
affacciata sul mare, li accolse al tramonto. Poi fu sera e quindi notte:il
tempo dell' amore. Alla luce di una debole torcia Deianira lascio' cadere
dalle spalle il peplo che aveva celato fino a quel momento il suo terribile
segreto. Lagades non grido', non si strappo' i capelli, non fuggi' da
lei: la amo' teneramente quella volta e per sempre. E volle immortalare
la sua divina bellezza in un blocco di prezioso marmo di Paros. Che
e' arrivato fino a noi. E' la Venere di Milo.
ESEQUIE Nel silenzio della cattedrale (ma e' una cattedrale?) la voce di soprano
si staglia alta a scandire la frase iniziale del mottetto, per farsi
rispondere e riecheggiare dai tenori e dai contralti in contrappunto,
fino a perdersi nelle pieghe delle lunghe e solenni note dei bassi.
Ordito polifonico in stile Messa solenne, con testo in (ovvio) latino:
"ln
aequitate libertas servanda erit in aeternum.
Caroli verba spes et fides nobis sunt"
(Nell'uguaglianza, la liberta' dovra' essere per sempre salvaguardata.
le parole di Karl sono per noi speranza e fede)
Strano testo per una messa ( ma e' una messa?)
Attorno alla bara, informi abiti di uomini, donne, bambini, mani
e guance sporche di carbone, ascoltano i battiti dei loro cuori di metallo,
forgiati in notti di miseria e paura.
L'officiante, un pezzo d'uomo, elegante in barba e baffi, piange abbarbicato
a due giovani donne in rigoroso nero. Per loro e' zio Friedrich.
Alla fine la massa di straccioni (quasi non sanno parlare, figuriamoci
se conoscono la funzione catartica delle lacrime) comincia a disperdersi
nei rivoli della propria grama esistenza (o nei meandri della propria
nullità).
Un suono insistente di campane…..e la scena si frantuma in brandelli
di immagini. L'ultima e' il coperchio della bara:
Karl
Marx
Treviri 1818 - London 1883
*
* *
Quando
apro gli occhi, il trasduttore psicografico (un aggeggio che non e'
ancora stato inventato) ha gia' concluso il suo lavoro e mi scaraventa
fra le mani il resoconto multimediale del mio ultimo sogno.
L’ULTIMO CONCERTO
L'uomo
seduto accanto a me era a dir poco un originale. D'accordo che ci trovavamo
a Vienna,nella cappella palatina del castello di Schonbrum, d'accordo
che il concerto fosse il celebre Brandeburghese in Si bemolle di Bach,
tuttavia il suo abbigliamento da gentiluomo del '700 era francamente
ridicolo. Tanto più che da sotto la parrucca gli uscivano ciocche
ribelli di capelli rossi, che inutilmente cercava di risistemare con
la stessa mano in cui stringeva un rosario dai grossi grani.
Quando anche l'ultima eco dell'Allegro finale si spense, l'uomo borbotto'
fra se' qualcosa in un misto di italiano e veneto e si alzo' per andarsene.
Nel farlo, da sotto il mantello gli caddero alcuni fogli arrotolati
che mi affrettai a raccogliere: quando però feci per porgerglieli,
la ressa ci aveva ormai separati.
Lo rividi fuori ed affrettai il passo, per rendermi subito conto, sbigottito,
che la distanza fra noi non diminuiva affatto. Mi misi a correre, inutilmente.
Per un incomprensibile paradosso spaziale non riuscivo a raggiungerlo.
Entro' nella cattedrale di S.Stefano, si genuflesse di fronte all’
altare maggiore e spari' in una stanza laterale. Lo seguii.
La camera era piccola e disadorna. Sull'unico tavolo un grosso volume:
"Parrocchia della cattedrale di S.Stefano - Registro dei morti
- vol. XXIII. Il segnalibro mi indusse ad aprirlo alla pagina 63. Lessi:
28 luglio 1741. Il reverendo signor Antonio Vivaldi, prete secolare,
è deceduto nella Satterisch Haus”.
Ma dov'era finito quel tipo dei fogli? I fogli! Sciolsi il nastro che
li tratteneva. Una partitura: Concerto in RE minore per archi di Don
Antonio Vivaldi. Vienna 1741.
Ma certo. La ciocca di capelli rossi, il rosario, le parole in dialetto
veneto: Vivaldi, il Prete rosso.
I
professori dell'orchestra da camera di cui sono direttore non hanno
creduto ad una sola parola di questa storia e mormorano che sono capace
di tutto pur di attirare l'attenzione. Comunque, questo concerto, lo
eseguiamo spesso. Perche' non venite ad ascoltarci?
PRIMA CHE SORGA IL SOLE
"Non ce la faccio piu'!...Maledetti non si stancano ma. E’
piu' di un'ora che mi inseguono. Maledetti e maledetto il giorno in
cui ho deciso di stabilirmi in questo posto. Sembrava un villaggio tranquillo,
di gente abituata a farsi gli affari propri. Bisognava vederli poco
fa: una muta di cani rabbiosi. La colpa e' mia. Avrei dovuto capirlo
fin dall'inizio, fin dalla volta in cui li ho visti riunirsi nell'edificio
di pietra, dove si riunivano richiamati da un suono agghiacciante di
bronzi. Ho intuito che cosa c'e' appeso la' in alto, in modo da poter
essere adorato...e' orribile, non ci posso pensare. Questa notte mi
sono tradito: non potevo pero' prevedere che sarebbero usciti da quel
luogo d'orrore tutti insieme, in fila con le fiaccole in mano. La curiosita',
lo spirito scientifico: imbecille! Troppo tardi mi sono reso conto del
pericolo. Il loro capo, un ometto insignificante abbigliato in un modo
disgustoso, avanzava verso di me reggendo un.. ( no! non posso ricordare!).
La mia istintiva reazione mi ha tradito: hanno capito subito chi ero
e le loro intenzioni erano chiare. Mi si sono gettati addosso come iene:
urlavano, minacciavano, mi avrebbero certamente scannato.
Non so come sono riuscito a sfuggire a quei mostri. Maledetti assassini.
La loro malvagità non ha limiti, sono peggiori delle bestie.
Di notte se ne stanno riversi nei loro giacigli e alle prime ore dell'alba
sono gia' in movimento. Dove vadano non lo so: non ho voluto certo rischiare
la vita per scoprir1o. Alla sera. gli uomini si riuniscono in fetide
capanne dove bevono, giocano e spesso si scagliano l'uno contro l'altro
impugnando affilati coltelli. E fanno scorrere il sangue. Disperdono
la loro linfa vitale...fanno scorrere il sangue: siano mille volte maledetti.
Non si sente piu' nulla. neppure i latrati dei cani. forse sono riuscito
a seminarli; ma sono sfinito, debolissimo. Ho bisogno di rifocillarmi.
...C'e'qualcuno seduto la' in fondo, ha l'aria del viaggiatore che si
sta riposando. Mi volta le spalle. Devo approfittarne prima che si accorga
della mia presenza. E' facile tradirsi con la gente di queste parti.
Ha il collo scoperto: non se ne accorgera' nemmeno.
Un morso e via, prima che sorga il sole."
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